Sei qui:  Homepage ) Spettacoli ) Cinema ) Recensioni Film ) Vajont - La diga del disonore




Vajont - La diga del disonore
Titolo originale: Vajont - La diga del disonore
Nazione: Italia/Francia
Anno: 2001
Genere: Drammatico
Durata:
Regia: Renzo Martinelli
Cast: Michel Serrault, Daniel Auteil, Laura Morante, Jorge Perugorria, Leo Gullotta, Philippe Leroy
Produzione: Martinelli Film Company International srl
Distribuzione: Istituto Luce
Recensione: Il 9 Ottobre del 1963 un intero paese nel Vajont fu spazzato via da una frana. Le cause sono da ricercarsi nella costruzione di una diga, che doveva essere la più alta del mondo e che risultò, allo stesso tempo, essere incompatibile con la struttura geofisica del terreno su cui poggiava. Ai piedi di quello che doveva essere il fiore all'occhiello dell'ingegneristica italiana del periodo, giacciono ora 2000 morti, vittime dell'inondazione seguita alla frana.
Questa è la storia che ci racconta, nel suo film, Renzo Martinelli, regista non nuovo ad un cinema che vuole denunciare grandi storie fatte di piccoli uomini, che sfuggono ad una memoria che non è in grado, o che non vuole trattenerle, a causa della vergogna che esse spesso implicano.
La vicenda ci viene narrata in maniera corale, non esiste nel film un protagonista principale, ogni personaggio ha il suo posto e contribuisce in maniera paritaria a mettere in luce quello che sarà una catena di eventi catastrofica che il regista definisce "successione dei fatti perversa ed arrogante".
Seguiamo così l'incrociarsi dei destini di tutti questi protagonisti: quello della giornalista dell'unità, Tina Merlin (Laura Morante), impegnata a denunciare le scomode verità dei fatti, quelli degli "ingegneri" costruttori come Semenza (Michel Serrault), Biadene (Daniel Auteil), i quali, in virtù di una visione ottusa ed onnipotente legata all'interesse, si impegnarono invece ad insabbiare tali verità, quello di chi fu ignavo come l'ing. Mario Pancini (Leo Gullotta) e infine, quello di chi fu semplicemente vittima, come Olmo Montaner (Jorge Perrugoria) e tanti altri abitanti di Longarone.
Ma proprio in questa coralità sta uno dei punti deboli del film, perché il fatto che di tutti i personaggi venga data una pennellata leggera, attenua i tratti più umani di questi ultimi ostacolando un processo empatetico dello spettatore nei loro confronti con il risultato che, nel complesso della regia di maniera e dai toni retorici, le emozioni passino solo attraverso la trama, nell'attesa dell'epilogo già noto. Ed è un peccato che questo accada poiché sembrano sacrificati sia il cast, notevole, le cui potenzialità non vengono sfruttate al meglio, sia la coraggiosa volontà di raccontare la vera storia dell'autore, che ha inoltre girato il film in sole 15 settimane e con 18 miliardi di Lire di spesa ("il prezzo del catering per un film di Mel Gibson" ci dice l'autore nella conferenza stampa) volontà di cui il cinema italiano ha bisogno e della quale troviamo un felicissimo esempio, sicuramente più intenso, nel film "Il muro di gomma" di Marco Risi
Molto interessante e fortemente poetico mi è sembrato invece il simbolismo cristiano contenuto nel film: nella scena della Statua del Cristo che galleggia sulle acque che hanno sommerso il paese, gli abitanti di Longarone vengono ad essere gli agnelli sacrificali il cui sangue non sarà sprecato finché qualcuno ne conserverà memoria e continuerà ad indignarsi. Ottimi gli effetti speciali; in conclusione possiamo considerare questo progetto buono nelle intenzioni ma, nella realizzazione, inefficace nel dare il giusto coinvolgimento.

Silvia Di Persio